Centinaia di anni fa la persona media consumava prodotti di origine vegetale per la quasi totalità della propria alimentazione; la carne veniva considerato un bene pregiato e di consumo rado, tanto che solo i nobili ne potevano mangiare in abbondanza.
Oggi la situazione è completamente diversa, per ragioni sociali ma soprattutto economiche. Prendendo in esame alcuni dati, tra cui quelli di alcuni esperti scienziali ed economisti come l’entomologo Damid Pimentel, l’economista Moore Lappè e il presidente IPCC Rajendra Pachauri si evince una importante conclusione, che riporterò nelle seguenti righe.
Partendo dal nostro piccolo come italiani il settore zootecnico è comprensivo di 700.000 lavoratori e 15.000 addetti alla pesca, che, nello speciale settore dell’allevamento, ci portano questi importanti dati: in Italia vengono allevati ogni anno 9 milioni di bovini, 9 milioni di suini, 13 milioni di ovini, 100 milioni di conigli e oltre 550 milioni di polli e galline; globalmente i numeri aumentano a: 1,3 miliardi di bovini, 2,7 miliardi di ovini, 1 miliardo di suini e 12 miliardi di polli e galline. Questi animali, per nutrirsi, consumano quantità esorbitanti di alimenti di origine vegetale, difatti Lappè sostiene che 145 milioni di tonnellate danno un ricavo di 21 milioni di tonnellate tra carne, latticini e uova: circa 7 tonnellate per ricavarne una sola di derivati della carne. A questo dato sarebbe opportuno aggiungere dal libro “Food, Energy and Society” di Pimentel, un altro dato importante: da 790 kg di proteine di origine vegetale consumata i bovini ne restituiscono 50 kg, con un tasso di conversione del 6%. Prestando attenzione al consumo idrico per la produzione, si nota in maniera evidente il dispendio maggiore: servono 900 litri per produrre un kg di mais, 3.000 per 1 kg di riso, 4.900 per un 1 kg di maiale e circa 16.000 per 1 kg di manzo.
Trattando il tema delle emissioni ambientali, Pachauri stima che per 1 kg di carne si producano 36 kg di anidride carbonica, 340g di anidride solforosa e 59 g di fosfati; l’equivalente di una automobile media europea dopo 250 km di viaggio. I loro scarti organici, inoltre, ammassati in grandi quantità nella stessa zona, contribuiscono a inquinare le falde acquifere, eutrofizzandole con sostanze nutritive e colibatteri, senza contare i residui dei farmaci. Discostando l’attenzione dalle esternalizzazioni ambientali, ed analizzando il fenomeno dall’interno, si possono scorgere scenari preoccupanti. Gli animali, ormai dimostrato ed assodato dalla evidenza scientifica essere senzienti, sono costretti a vivere in spazi estremamente ristretti, in spazi angusti, sovente ricoperti dei loro stessi liquami, in balia di malattie e sottoposti a farmaci, sono spesso vittima di epidemie che si riversano anche sull’uomo, come la mucca pazza, causata dall’introduzione di farine di origine animale nella dieta di mucche da allevamento.
Ad onore della cronaca, dopo delle rilevazioni di mercato negli Usa (i quali producono il 43% della carne bovina, a dispetto del 17% europeo), si nota che già dagli anni ’90 il 70% della produzione di cereali era destinato al nutrimento degli animali da allevamento, in particolare i bovini, che ne consumano in grandi quantità. 36 dei 40 paesi più poveri del mondo commerciano con gli USA la propria produzione di cereali, la quale anche essa è destinata quasi integralmente al consumo animale, per un ammontare cioè del 90%. Un esempio preoccupante è dato dal Brasile, il quale, per entrare nel ricco mercato della carne, sta ampliando l’area da destinare agli allevamenti, sta disboscando vaste aree, contribuendo al riscaldamento globale limitando la conversione della anidride carbonica nell’aria con l’ossigeno. È proprio il denaro dei maggiori capitalisti che spinge una estremizzazione della produzione della carne ai limiti della capacità del pianeta. Trascurando gli altri fattori scatenanti del riscaldamento globale, non si può negare l’impatto ambientale e sociale del mercato della carne, tramite allevamenti intensivi mirati al solo profitto. È innegabile l’enorme deviazione di risorse alimentari verso questa nicchia di mercato, che devia artificialmente dai poveri ai ricchi: basti riflettere sul dato che descrive il commercio dai paesi poveri agli USA e l’utilizzo finale di questo cibo. Inoltre lo spazio utilizzato, ossia un 70% di tutti i terreni coltivabili, contro un 30% effettivamente coltivato, fa riflettere su quanto venga sfruttato quel poco terreno per nutrire un’area molto maggiore. Ultima nota nel merito dell’argomento è costituita dall’evidenza che, nonostante tutti questi sforzi produttivi la carne prodotta intensivamente ha una qualità inferiore, dal momento in cui il prodotto finale riporta i difetti organolettici e sensoriali causati dallo stress psicofisico a cui sono sottoposti gli animali.
Alex Battista