Crisi alimentare e crisi climatica:Due facce della stessa medaglia?

Il periodo storico che stiamo vivendo è caratterizzato da numerosi eventi avversi
che, direttamente o no, hanno creato disagi, carenze e problematiche, anche (se
non soprattutto) sulla filiera agroalimentare, sulla salute di varie specie vegetali e sui
prezzi dei beni alimentari di prima necessità. Voglio porre l’enfasi, in questa
pubblicazione, sulle conseguenze della siccità in aumento e degli spropositati prezzi
energetici sul sistema agroalimentare del nostro territorio.
Se guardiamo le conseguenze della siccità e dei prezzi energetici folli (fino a 10 volte
più alti rispetto all’anno precedente) sull’apparato agro-industriale del nostro paese,
la situazione è allarmante ed in prossimità di un crack per il prestigioso “Made in
Italy” delle nostre imprese agricole.
«La filiera agroalimentare italiana, dalla produzione agricola all’industria di
trasformazione, sino alla distribuzione, si sta fermando a causa dell’aumento
dei costi dei prodotti energetici e delle materie prime, con delle ripercussioni
economiche e sociali facili da immaginare». Lo ha dichiarato a Euractiv Italia
Lorenzo Bazzana, il responsabile economico della Coldiretti (maggiore
associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana).
Guerra in Ucraina, inflazione, crisi energetica: questi sono i killer della produzione
agricola nostrana, responsabili di un mix micidiale di aumento spropositato dei
prezzi dell’approvvigionamento energetico, specie considerando che l’11% dei
consumi energetici industriali totali in Italia deriva dal settore agricolo.
Il risultato si traduce in un lotta continua per rimanere in vita tra licenziamenti
numerosi, bilanci in bilico e chiusure definitive, anche a livello europeo.
L’enorme conseguenza correlata al selvaggio riscaldamento globale è la più grave
siccità mai registrata nel nostro paese dal 1800; la risultante di questa forte
mancanza di idratazione da parte delle specie vegetali fa riscontrare raccolti
estremamente poveri, aziende agricole che per cercare disperatamente di fare
quadrare i bilanci devono aumentare i prezzi; ecco dunque che si crea un serpente
che si morde la coda, con fallimenti sull’orlo dell’avvenire e prezzi divenuti poco
accessibili.

Se dunque la tendenza al consumo sfrenato rimane tale, l’inquinamento prosegue
inesorabile e i cambiamenti climatici ancor più violentemente si presenteranno,
quale futuro si prospetta per la filiera agroalimentare? Inesistente, io credo.

Voglio citare ora una pubblicazione dell’ANCIT (Associazione Nazionale dei
Consulenti Tributari Italiani) riguardante l’allarmante situazione del settore
del tonno in scatola, che rischia nientedimeno che l’estinzione:
“Lo scenario per il futuro è allarmistico: i costi dell’attività produttiva hanno
raggiunto livelli intollerabili, soprattutto per i rincari energetici (circa + 300%
nell’ultimo anno), che si riversano a cascata su tutte le materie prime utilizzate a
partire dal pesce, all’olio e altri materiali di imballaggio (packaging) che negli ultimi
dodici mesi sono cresciuti a livelli superiori al 50%”, scrive l’associazione in un
comunicazione, comunicando di fatto una crisi del tonno in scatola senza
precedenti.
Le motivazioni alla base sono sempre relative al marcato aumento dei prezzi
energetici, ma anche di tutte le materie prime, che sulla singola scatoletta di tonno
hanno reso il costo totale di produzione varie volte più alto. (il costo del tonno è
aumentato con picchi di oltre il 30% nell’ultimo anno) Se uniamo l’aumento di
prezzo del tonno, quello delle materie prime per il packaging e la
conservazione (lattine, alluminio, pack vari, aumentati di circa il 50%) oltre
che la crisi nel settore dell’olivo, in forte carenza causa siccità, il costo di
produzione è talmente elevato da non garantire la possibilità alle aziende di
filiera di poter soddisfare la domanda.
Dunque un bene considerato di prima necessità, volto alla semplice
soddisfazione di un bene primario, rischia la scomparsa dagli scaffali dei
supermercati.
Se poi guariamo uno dei nostri prodotti fiore all’occhiello di filiera, l’olio
d’oliva, siamo tristemente partecipi di un forte periodo di crisi che, soprattutto
in Nord Italia, ha visto una enorme riduzione della produzione:
“La produzione di olio extravergine d’oliva, in particolare in Veneto e
Lombardia, è stata praticamente azzerata a causa delle condizioni climatiche
avverse: prima le gelate, che hanno ritardato le fioriture, poi le grandinate
estive che hanno dato il colpo di grazia, con perdite anche del 90%.”
(https://www.agrifoodtoday.it/lavoro/crisi-olio-oliva-italia.html).
Perdite di metà produzione invece in Liguria ed Emilia-Romagna.

Al centro e al Sud vi è stata una minor perdita produttiva, grazie ad alcune
situazioni climatiche meno avverse. Il punto focale della questione è, però,
che circa il 55% della produzione totale nazionale è andata perduta; la causa
diretta è la situazione climatica estremamente avversa, gli eventi incostanti e
disastrosi, alternati da lunghe siccità estive. Il tutto viene accompagnato da
ovvie richieste dei produttori di filiera relativi a tutele e sicurezze da parte del
governo e dell’Europa.
È l’azione dell’uomo che ha portato alla concretizzazione di questo scenario; il
susseguirsi di disboscamenti, uso eccessivo del suolo, allevamenti di bestiame
sempre più intensi e numerosi hanno costruito una situazione difficilmente
reversibile, ma che, se si agisce ora, la rimane. In nome del profitto e del soddisfare i
consumi si è seguito questo metodo autodistruttivo. Se non si accompagna
all’industrializzazione ed allo sviluppo una reale campagna etica e sostenibile di
produzione, uso energetico, di educazione al consumo consapevole, accompagnati
da un importante investimento nelle energie rinnovabili, non si creerà mai la giusta
base per ripartire e ricostruire un futuro sano per le generazioni a venire e l’intero
ecosistema globale.

Dott. Andrea Ferretti

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